Intervista Dario Aggioli – Teatro Forsennato

Se non l’avessi inserita, l’oggetto di questa intervista non avrebbe mai avuto il piacere (spero) di leggerla. E’ stata realizzata per la messa in scena del penultimo spettacolo di Teatro Forsennato. L’ultimo è Le Elefantesse, spettacolo che Teatro Omeopatico ha seguito e disponibile QUI.

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Sette pupazzi, sette voci, sette luci e un attore. Uno spettacolo che vale la pena di essere visto per la maestria con cui è allestito e l’omaggio culturale di cui è colmo il titolo.

Dario Aggioli veste il pubblico con un nuovo abito tessuto con fantasia, contemporaneità, sarcasmo e intraprendenza tecnica. Ogni elemento è condotto affinchè il treno compia il suo percorso senza mai uscire dai binari teatrali che rendono unico questo spettacolo.

D. Iniziamo dalle origini, qual’è stata la tua formazione?

R. La mia è una formazione non accademica. Sono un ex fumettista, vengo da una famiglia di artisti. Grazie a vari corsi e a Ferruccio Marotti, ho trovato una strada teatrale diversa: il mio teatro è non prende vita dal testo ma dal canovaccio. Se devo parlare invece di maestri parlerei principalmente di Claudio de Maglio (direttore dell’accademia Nico Pepe per la commedia dell’arte n.d.a.), Caty Marchand (insegnante del Living Theatre n.d.a.), Enrique Vargas, regista colombiano che lavora a Barcellona e specialista nel teatro sensoriale e sopra a tutti Jean Paul Denison, regista e attore storico di Peter Brook che ora è un pedagogo teatrale di cui sono assistente in Italia. Il lavoro per Teatro Forsennato è iniziato nel 1999, ma il primo spettacolo è stato nel 2000 e quest’anno ricorrono i 10 anni di attività. Il nostro lavoro viene dall’improvvisazione, è uno studio sul canovaccio; non quello della commedia dell’arte, ma un canovaccio moderno. Tutto il lavoro sul testo del ‘7-‘8-‘900 lo abbiamo riportato al lavoro sul canovaccio perciò non è più quello fisico che lavora su alcune maschere che hanno gli stessi lazzi, ma è uno studio di improvvisazione che si fonda su una schematica testuale e drammaturgica che possiamo trovare in autori dal ‘700 al ‘900. Il primo spettacolo è stato Cerco un titolo per definirmi… Grazie era per dimostrare a noi stessi (me, e due persone che hanno lasciato il mondo teatrale a mio malgrado Alessandro Niccolò e Giorgia Rocchi) che potevamo fare teatro in modo altro rispetto alle modalità classiche italiane. Ricordo che il pubblico a Civitavecchia si è alzato in piedi ad applaudire. Nel 2001 ho conosciuto la mia attuale socia, Stefania Papirio. Anni dopo abbiamo messo in scena Pinocchio chi sei tu, progetto ispirato al lavoro con Vargas, uno spettacolo dove entrava uno spettatore per volta ogni 5 minuti e lo spettatore era Pinocchio. Con 22 attori in scena in contemporanea, per lo spettatore durava 30 minuti, ma gli attori recitavano anche per quattro ore, perciò totalmente fuori da concezione economica. E con Il prurito dei popoli è finita la prima generazione di Teatro Forsennato. Con la partecipazione al Festival Ubusettete, parte la seconda generazione e il periodo storico di T.F.. Con Ubusettete abbiamo iniziato a fare diversi spettacoli che funzionavano: Sisifo in pausa caffè; San Giorgio il Drago, (senza “e”); Le voci di fuori con cui abbiamo debuttato al Teatro Palladium di Roma.

Ubusettete è stata una rivista di critica, un festival e dal 2005 ne abbiamo fatto parte. Come festival era autoprodotto e distribuivano gli incassi alle compagnie e quando ci siamo accorti che poteva risultare una grande opportunità, ci siamo dedicati alla formazione del Consorzio Ubusettete composto da Teatro Forsennato, Amnesia Vivace, Oliviero Ravelli, Kataklisma e Circo Bordeaux. Questo consorzio di compagnie hanno insieme ufficio stampa, organizzazione e distribuzione.

D. Il canovaccio è un modo di lavorare della compagnia o viene utilizzato solo per alcuni spettacoli?

R. È una nostra caratteristica di lavoro. Tutti utilizziamo il canovaccio, assolutamente tutti, poi la partenza per scriverlo può essere diversa. In Pinocchio era presa dalla storia, in Sangue Palestinese da un testo, per Le figurine mancanti del 1978 da un’idea di voler unire due visioni dello stesso momento storico: i desaparecido e i mondiali di calcio in Argentina nel 1978 nello stesso momento della dittatura. In quest’ultimo caso è stato costruito facendo vedere due facce dello stesso mondo senza decidere verso chi parteggiare.

Le voci di fuori ha una forma è lineare ma comunque molto complessa. Coordino sette pupazzi con le mani, sono attore con il corpo e tecnico con i piedi nel senso che gestisco una pedaliera audio e luci. Visivamente, il pubblico assiste al dialogo di sette personaggi che raccontano la stessa storia da diversi punti di vista: un ventriloquo, che parla solo attraverso gli oggetti che hanno caratterizzato la sua vita. Questa storia viene raccontata per mezzo di una struttura di improvvisazione multisfaccettata tale da sottolineare più un pupazzo e con esso l’evento che rappresenta rispetto a un altro.

D. Qual’è il il punto di partenza de Le voci di fuori?

R. È stato essenzialmente il secondo spettacolo che ho scritto ma, anni fa, era tecnicamente impossibile da allestire. Avevo ideato la possibilità di una messa in scena con attori sul fondo che facevano le varie voci dei pupazzi con un attore fermo in proscenio, fino ad arrivare a pensare la soluzione attuale con una struttura a cubo in metallo e i pupazzi intorno mossi da me dal centro del cubo.

Il segreto di tutto è stato l’utilizzo di una pedaliera da chitarristi e un software, appositamente creato con il quale controllavo le luci e l’audio. La voce è sempre la mia ma campionata in modo tale da potersi adattare all’estetica del pupazzo. È risultato infatti lo spettacolo più costoso sia per i materiali dei pupazzi che la struttura in ferro.

Per il fatto di trovarmi solo in scena, sembro risultare l’unico artefice ma sono solo il punto di arrivo di un lavoro comune: chi ha lavorato alle registrazioni audio, chi ha scelto le voci per ogni personaggio, chi ha costruito l’estetica e il meccanismo dei pupazzi, l’aiuto regista senza la quale non avrei potuto “vedere i pupazzi” l’organizzazione senza la quale poco sarebbe possibile. Mi sento il punto di riferimento del lavoro di tante persone, sento il peso di un lavoro comune.

D. Visti i costi, visto che in questo periodo il teatro non mi sembra stia nuotando in acque tranquille e floride, visto che i finanziamenti (i pochi rimasti) vengono elargiti quasi esclusivamente a chi i soldi li ha già, perchè fare teatro?

R. Perchè fare teatro? (risata n.d.a.). C’è chi ha vissuto 100 anni senza darsi una risposta… Beh, io per la verità una risposta ce l’ho, non è una frase a effetto… Prima di Teatro Forsennato facevo il fumettista ma non mi piaceva più dal punto di vista produttivo. Dipendeva dalla storia che mi davano e ho mollato. In Portogallo ero famosissimo. A teatro ho trovato una dimensione in cui riesco a fare tutti spettacoli differenti. È la forza del teatro che mi trascina in questo mondo e mi ci lascia. È un angolo di mondo dove posso fare un po ‘ quello che voglio, riesco a giocare tranquillamente. È il mio gioco preferito. Perchè fare teatro? Perchè mi diverto.

D. Chi legge il titolo non può fare a meno di notare l’associazione con Le voci di dentro di De Filippo. Cosa ha in comune?

R. Il titolo ha avuto diverse vicissitudini. Questo spettacolo aveva anche un altro titolo che in realtà avrei capito solamente io: Sento le voci, senza essere Giovanna” (Giovanna D’Arco, n.d.a.). Il personaggio, il ventriloquo, si chiama Aurelio Fuori e mentre scrivevo, pensavo alle voci del ventriloquo, alle voci di Fuori… Per De Filippo, ho studiato ogni opera. Ha un meccanismo perfetto, riesce a costruire il carrozzone degli attori che da un momento all’altro sembra perdere una ruota, ma nonostante tutto rimane in piedi. Ecco, quando ho deciso di dare un nome che omaggiasse De Filippo, volevo che questo spettacolo fosse un carrozzone pronto a perdere una ruota, ma che comunque si tenesse in sesto.

D. Cosa pensi che abbia il Dario Aggioli persona che non ha il Dario Aggioli artista?

R. Forse la parte di attore ha qualcosa in meno. Penso di mettere tutto me stesso nel lavoro, anche perchè ho detto che per me è un gioco, e se non sono attento il gioco non riesce e non vinco, come una partita a Risiko che gioco con il pubblico. Perciò Dario/persona ha tutto, il Dario/attore/regista tenta di avere tutto. Io sono uno che va in scena sereno, è un errore dire che la paura serve, confondono la paura con l’adrenalina. Se uno scinde queste cose, allora va in scena tranquillo. Il Dario Aggioli attore va in scena tranquillo, il regista ancora no.

Il Dario/attore non riesce a eliminare il Dario/regista, il regista resta sul palco e spia l’attore! Non è ancora sereno, quindi ogni tanto il regista torna e l’attore sentendosi costantemente osservato e giudicato non può lavorare.

Insomma, noi Dario Aggioli ci stiamo lavorando…

E su questo continuo lavoro il pubblico fa affidamento, perché Teatro Forsennato non rappresenta solo una boccata d’aria fresca e rigenerante, ma anche speranza. La speranza di continuare ad applaudire la compagnia aspettando con ansia di vederli esibire su quel carrozzone con una ruota un po’ sbilenca ma che nonostante tutto si continua a reggere in piedi.

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