Ascanio Celestini – Intervista

Ascanio Celestini, il passato per il presente.

La memoria di una fiaba nella storia di tante vite.

La cultura italiana adora gli archivi. Una nuova performance di chicchessia deve essere istantaneamente catalogata in un genere e sottogenere precisi. Ascanio Celestini, viene così costretto a una forzata convivenza di genere teatrale, quello della narrazione, insieme a Davide Enìa, cultore del cunto e Marco Paolini, narratore per eccellenza. Ma ogni attore nasconde in se un narratore; solo sul palco o in compagnia, interpretando personaggi o raccontandone oggettivamente le vicende sempre di narrazione si tratta. E allora dimentichiamo i cataloghi e gli archivi per godere appieno di vero teatro con l’Antologia Paolini.

D. Ormai “memoria” sembra essere sinonimo di Celestini… perché questo attaccamento alla Memoria?

R. Non credo che la memoria sia qualcosa che per forza deve essere legato al quello che è accaduto 60 anni fa (ricordando Radio Clandestina – Memoria delle Fosse Ardeatine o Scemo di guerra, n.d.R.) o 80 anni fa perché ad esempio gli ultimi testimoni del Risorgimento sono morti, i testimoni delle guerre puniche sono morti. Nel senso, la memoria è l’atto del ricordare. Perché ricordo? Perché mi serve di ricordare una determinata cosa. Mi devo ricordare dove sono le chiavi di casa altrimenti non entro. Nel momento in cui la memoria si fissa in un tempo e c’è qualcuno che dice “questa è la memoria più importante”, “questo è il genocidio più importante che non dobbiamo dimenticare mai” lì c’è una memoria utilizzata in maniera autoritaristica. Quella memoria serve solo per gestire un potere. Per questo dico non è la questione quanto il passato è passato, ma quanto mi serve questa memoria…

D. Il pensiero di molti però è evitare che la storia si ripeta…

R. Ma certo, però ad esempio, da quanto tempo c’è la Giornata della Memoria? Eppure nessuno associa il genocidio nazista con il genocidio in Ruanda eppure in Ruanda sono state ammazzate molte più persone in poco tempo, un milione di persone in tre mesi a colpi di machete, allora questo ricordare il genocidio nazista non c’è servito per fermare il genocidio in Ruanda.

“Per cui non dimentichiamo il passato affinchè poi nel futuro non si ripeta ciò che è accaduto”, “chi non ha memoria non ha futuro”, non sono nemmeno slogan che almeno hanno una loro struttura metrica, è proprio solo marketing. Certo, il futuro, ma nel presente? Perché chiamare genocidio solamente quello nazista? Questo è un uso della memoria assolutamente strumentale per il potere, per chi gestisce la memoria.

D. È stato pubblicato un articolo su La Repubblica secondo cui, a te non interessa un particolare argomento, ma come questo argomento viene raccontato.

R. Si, diciamo che anche questa è una cosa importante. Quando tu vai a raccontare delle storie non puoi metterle insieme pensando che avendone ascoltati 100 allora sei in grado di dire oggettivamente come sono andati i fatti, anche perché quando ascolti molte versioni di un avvenimento, ti rendi conto che spesso stanno in contraddizione uno rispetto all’altro. Ognuno ha il suo punto di vista e alla fine è molto più concreto il punto di vista che non una visione dall’alto e da lontano. Spesso abbiamo bisogno di una visione da lontano per contestualizzare quell’avvenimento e sapere che lo stesso giorno è successo altro. Ma questo altro è un’altra storia, serve solo per contestualizzare.

Nella testimonianza di una persona non c’è solo una storia, c’è la SUA storia, la SUA identità. Credo che gli individui siano portatori di storie e queste storie sono la loro identità. Quando Ulisse arriva nella terra dei Feaci arriva ridotto malissimo, infatti gli offrono acqua e sapone, non gli chiedono ne impronte digitali né documenti. Poi quanto si trova al banchetto del re, l’aedo narra le gesta dei greci e della guerra di Troia e Ulisse, piange. Piange molto spesso. Il pianto è una caratteristica degli eroi pretragici. Sono ancora dei burattini nelle mani delle divinità che stanno lì, li muovono, gli infondono coraggio, gli mettono paura, li mascherano, li distraggono. Ulisse piange e  qualcuno gli chiede chi sia e lui dice chi è raccontando la propria storia, un meccanismo elementare ma di grande effetto.

D. Radio clandestina è stata presentata a “Face a Face, Parole d’Italia per scene di Francia”. Hai notato qualche differenza con il pubblico italiano, conoscevano la storia?

R. Radio clandestina è stato solamente letto, mentre invece Fabbrica debutterà a settembre con una compagnia francese, una coproduzione francosvizzera. Mentre sia Fabbrica che Scemo di guerra sono state messe in scena in Belgio e hanno seguito un procedimento diverso dal mio. Io non imparo a memoria il testo, conosco la storia. È chiaro che dopo un tempo che porto in scena quella storia è come se l’avessi imparata a memoria. Alla fine rimane quella storia là. Più viene a galla la storia più il lavoro viene interessante, ma non perché è bella la storia, perché in qualche maniera cerchi, grazie alla storia, di togliere la parte deteriore del teatro che è il lavoro dell’attore, le sue capacità tecniche, i suoi svolazzi con la voce che sono cose imbarazzanti.

D. Cosa senti che ha l’Ascanio Celestini artista che non ha l’Ascanio Celestini persona o viceversa?

R. Tempo. Perché alla fine sono la stessa persona. La mia aspirazione è diventare come la persona che ho seguito in un laboratorio con degli anziani. Questa signora raccontava la propria esperienza di vita e alla presenza dei critici disse: “Ma che devono criticà, questa è la storia mia…, critichino gli attori!”. Per questo faccio anni di lavoro di ricerca, per fare in modo che nel momento in cui arriverò sul palco non sto raccontando una storia , ma una cosa che mi riguarda direttamente e il motivo per cui scelgo un argomento per cui scelgo un argomento piuttosto che un altro è questo. A me serve che sia una storia mia. Certe volte racconto fatti personali, legati alla mia famiglia, a gente che conosco. Altre volte, per raccontare quelle cose devo conoscerle quelle persone, cerco di non stare chiuso nella mia stanza foderata di sughero, di velluto o di prosciutto.

Ascanio Celestini è così, non diverso a seconda dell’interlocutore, è genuino, un attore e basta. E questo serva da lezione. Un attore.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Interviste. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...