La trilogia degli occhiali – Emma Dante

Quando vado a teatro il vero spettacolo è osservare le persone nel foyer: pensierose, preoccupate, contente, arrabbiate, serene… Si percepisce ogni emozione possibile e qui mi sorge una domanda: a prescindere dalla tematica della performace, il morale di ogni singolo spettatore può influire sul suo giudizio? Migliora o peggiora?

A ognuno la propria cogitazione.

Forse solamente i miopi come il sottoscritto possono comprendere appieno il fil rouge che contorna la La trilogia degli occhiali di Emma Dante in scena al Teatro Palladium fino al 27 marzo 2011. L’incapacità di non cogliere la nitidezza del presente, il fatto di percepire il futuro come una opaca macchia di colori senza contorni e senza definizioni, fa paura. Non vedere bene equivale quasi a non sentire, a essere tagliati fuori dal mondo.

Lo stesso sembrano fare i personaggi dei tre frammenti che compongono lo spettacolo: in Acquasanta si vede un uomo sul palcoscenico che racconta la sua vita da giovanissimo mozzo. I ricordi vengono scanditi dal ticchettio di molte sveglie che pendono dall’alto, sulla sua testa. Si vede il vento, si sentono gli schizzi del mare (soprattutto gli spettatori nelle prime file, n.d.r.) le voci del capitano, di un marinaio si confondono e si mescolano. Ma come ogni buon mozzo, sulla terra sta male, solo in mare riesce veramente a stare in quell’equilibrio che a noi terrestri in caso di tempesta sembra così precario. E per rivivere davvero, per tornare in quel mondo, gli resta una sola cosa: il ricordo.

Ne Il castello della Zisa troviamo un ragazzo accudito da due donne. Il ragazzo è chiuso nel suo mondo popolato di sogni, desideri che riesce a percepire nonostante sia stato allontanato da un contesto familiare. Sembra quasi una marionetta che improvvisamente taglia i fili e ricorda come è stato costruito, il tempo e l’amore che il falegname gli ha dedicato e così l’infanzia appare chiara, la spensieratezza dilaga in lui e il corpo inizia a rammentare. Giochi, passione, grida, divertimento fino a quando ripiomba nel sonno che forse è un sonno più sereno perchè i ricordi restano e non servono occhiali alla mente, solo allenamento e desiderio di rivivere emozioni apparentemente sopite.

Ballarini è forse il frammento più emozionante. Due anziani si avvicinano l’un l’altro con tutte le difficoltà che l’età avanzata porta. Un ballo precede il conto alla rovescia e il passato diviene presente. Ricordano il loro incontro: la felicità della passione di ieri con l’amore di oggi e tutto quello che ancora può portare il domani. Un domani flebile, ignoto, che fa apprezzare ancora di più il momento presente. Un nuovo matrimonio, una musica, la loro musica, le labbra che si uniscono. Una coppia che utilizza le lenti dell’amore per intravedere che cosa succederà di lì a poco, ma in fondo sono insieme. Che importa il domani?

Dopo il sogno, la realtà e il domani è un avvoltoio che piomba sulla preda con ampie spirali. Un domani così incerto. Un domani che all’alba dei 150 anni dell’Unità d’Italia vediamo sfocato. Le istituzioni vorrebbero un popolo miope, incapace di distinguere il giusto, cittadini senza orgoglio, senza la dignità e la coscienza di essere persone con un corpo, un pensiero, un’anima e sentimenti.

Ma anche senza occhiali, le menzogne appaiono a noi miopi mentali o reali come enormi luci rosse e allora ci fermiamo. Pensiamo. Azione che fa sempre più paura.

(foto reperite su internet)

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